Pico: il paesaggio del vino tra lava e oceano
Il dialogo tra territori Patrimonio dell’Umanità UNESCO non è mai una semplice operazione istituzionale o commerciale: quando due paesaggi plasmati dall’ostinazione umana si incontrano, il racconto del vino abbandona i tecnicismi da sommellerie e torna alla sua matrice più profonda, quella antropologica e geologica.
Accade così che l’Ente Turismo Langhe Monferrato Roero scelga di spalancare le porte del proprio territorio a un’isola emersa dal nulla nel mezzo dell’Oceano Atlantico: l’Isola di Pico, nelle Azzorre. Un gemellaggio ideale e culturale tra le geometrie ricamate dei nostri vigneti di collina e l’incredibile labirinto basaltico di un’isola vulcanica che ha trasformato la roccia nuda in viticoltura di sopravvivenza. A guidarci in questa masterclass, due voci d’eccezione: Vanda Serpa, Direttrice del Serviço Ambiente e Alterações Climáticas do Pico (la Segreteria Regionale per i Cambiamenti Climatici delle Azzorre) che è l’ente preposto alla gestione del sito UNESCO, e Claudio Lopez, Presidente dell’Instituto da Vinha e do Vinho dos Açores.
La terra del basalto e del vento: l’agricoltura impossibile di Pico
Ascoltando Vanda Serpa si comprende fin da subito quanto la viticoltura atlantica sia una sfida. Pico è un’isola “giovane” dal punto di vista geologico (“appena” 300.000 anni) situata esattamente sulla dorsale medio-atlantica. È una terra vulcanica, fragile, orograficamente complessa e dominata dal basalto.
Storicamente, i naviganti del XV secolo sfilavano al largo dell’isola senza alcun interesse ad approdarvi: un paesaggio nero, brullo, privo di risorse idriche visibili e di terra seminativa per fare il pane. Eppure, la necessità di presidiare questi avamposti oceanici ha spinto l’uomo all’impossibile: solo il 3% della superficie di Pico era minimamente idoneo all’agricoltura, ed è qui che la vite ha trovato il suo spazio. Come spesso accade nella storia del vino europeo, i primi vettori di questa coltura sono stati gli ordini religiosi, in particolare Francescani e Carmelitani, spinti dall’esigenza liturgica di disporre di vino per la celebrazione della Messa. Ma la vera titanica opera dell’uomo a Pico risiede nella struttura stessa dei vigneti: per proteggere le piante dal vento sferzante dell’Atlantico e dagli aerosol salini del mare, i viticoltori hanno frantumato la roccia con barre di ferro per scavare solchi nel basalto, innalzando poi una fitta rete di muretti a secco in pietra vulcanica (currais) molto simili a quelli che avevo già visto a Lanzarote. Questi muretti svolgono una duplice, vitale funzione: protezione meccanica e barriera termica schermando le viti dal sale e dai venti oceanici ed “effetto serra naturale” grazie alla la pietra nera che assorbe il calore radiante durante le ore diurne e lo rilascia gradualmente durante la notte, compensando le escursioni termiche.
Oggi l’area protetta Patrimonio UNESCO copre 987 ettari, distribuiti tra le porzioni occidentale e settentrionale dell’isola. Una viticoltura eroica sottoposta tuttavia a minacce costanti: se nell’Ottocento l’avvento dei piroscafi a vapore portò con sé l’epidemia di fillossera provocando il quasi totale abbandono delle vigne e un imponente fenomeno migratorio, oggi la sfida primaria è rappresentata dai cambiamenti climatici, con mareggiate sempre più violente e un innalzamento del livello del mare che impatta da vicino sulle comunità costiere.
Il rinascimento viticolo dell’Atlantico
Se l’introduzione geologica e storica ha delineato il contesto, l’intervento di Claudio Lopez ha mostrato i numeri di una vera e propria rinascita contemporanea. Nelle Azzorre non esiste meccanizzazione: ogni operazione agronomica è manuale. Storicamente, grazie alla posizione strategica dell’arcipelago, i vini liquorosi prodotti a Pico godevano di una longevità straordinaria, in grado di affrontare i lunghi viaggi via mare.
Dopo decenni bui caratterizzati dall’introduzione di ibridi americani a seguito della fillossera, la svolta qualitativa ha preso forma negli ultimi trent’anni:
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1994: Istituzione delle tre zone delimitate a Denominazione di Origine nelle Azzorre (Pico, Graciosa, Biscoitos).
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2004: L’iscrizione del paesaggio viticolo di Pico nel Patrimonio Mondiale UNESCO agisce da acceleratore propulsivo per l’intero settore.
I dati comunicati da Lopez fotografano una crescita imponente: la superficie vitata destinata ai vini a denominazione è passata da 200 a 1.200 ettari (a cui si affiancano circa 1.000 ettari di viti americane non destinate alle DO), gestiti da circa 38 produttori. Si tratta di una viticoltura ad altissimo valore aggiunto: l’uva viene remunerata ai conferitori a cifre molto alte, a ripagare lo sforzo immane necessario per la difficoltosa viticoltura tra i labirinti di pietra.
Dai dati che ho reperito in rete, tra il 70% e l’85% della produzione viene assorbita principalmente dal turismo nelle isole Azzorre, dalla ristorazione locale e dalla distribuzione nel Portogallo continentale. La restante parte è destinata a mercati di nicchia o di alto profilo (USA, Regno Unito, Germania, Brasile, Russia, Giappone).
Le tre varietà autoctone o tradizionali d’elezione che costituiscono il pilastro della produzione sono:
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Verdelho (storicamente legato a parentele con vitigni dell’Europa meridionale, con ipotesi storiche che ne tracciano le origini verso Creta o la Sicilia).
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Arinto dos Açores (varietà distinta dall’Arinto continentale, celebre per le sue acidità affilate).
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Terrantez do Pico.
La degustazione: il profilo organolettico della roccia e del mare
La prova del calice conferma esattamente ciò che la teoria preannuncia: i vini di Pico sono espressioni liquide di sale, acidità tesa e materia minerale.
Lucas Lopes Amaral Pólvora Vulcânica Verdelho “Variedade Selecionada” 2025
Opera di un giovane produttore dell’isola, rappresenta una lettura agile ma di grande impatto espressivo. Inizialmente timido e leggermente serrato sui toni minerali; con l’ossigenazione apre un profilo aromatico avvolgente, quasi a spinta varietale, tra note agrumate e sbuffi gessosi. In bocca ha un ingresso marcato da un’alcolicità ben gestita e da un’impronta citrina estremamente netta, scortata da una scia salina penetrante.
Atlantis Colheita Selecionada Arinto dos Açores
Espressione in purezza dell’Arinto dos Açores, dove il varietale cede il passo al terroir oceanico. Profilo essenziale e sfuggente; emergono nitidi richiami di albicocca non del tutto matura, sfumature citrine e una caratteristica nota affumicata/vulcanica. Al palato una bella sferzata di salinità pura. Vino teso, verticale, di grande freschezza e rigore.
Atlantis Colheita Selecionada Verdelho Arinto dos Açores
Il blend porta immediatezza e una struttura decisamente più complessa: cambio di passo netto rispetto alle versioni monovarietali di ingresso. Impatto olfattivo generoso, dominato da una nitida polpa di frutta a bacca gialla e ricordi di agrumi maturi. Bella presenza al centro bocca con predominanza fruttata, sostenuta da una materia ricca che non perde mai di vista il timbro salino e la tensione acida. Equilibrato e profondo.
Frades Verdelho
Interpretazione di grande personalità, giocata su un registro aromatico più caldo ma sempre bilanciato da una dorsale acida affilata. Quadro olfattivo complesso e sfaccettato: toni tropicali, spezie fini e una marcata matrice marina. Leggero nel corpo ma incisivo nel sorso; l’acidità è vibrante e tesa, con un finale ritmato da ritorni di frutta esotica ed echi salmastri.
Ilha do Pico Coop 10 años (Licoroso)
La chiusura del banco d’assaggio è affidata alla tipologia che ha reso celebre Pico nel mondo nei secoli scorsi e che ci riporta alla memoria vini concettualmente vicini come i Madeira. Ampio, stratificato, di grande eleganza ossidativa. Note di tabacco da pipa, legno nobile, spezie dolci, scorza d’arancia amara, miele di castagno e mandorla tostata. Sorso caldo e avvolgente, sapientemente bilanciato da quella spinta citrina indomabile che impedisce a qualsiasi residuo zuccherino di risultare stucchevole. Finale infinito.
Pico VS Langhe, Monferrato e Roero
Riflettere su una degustazione come quella offerta dalla masterclass di Pico significa interrogarsi sul valore del paesaggio nella percezione del calice. Se nei nostri territori di Langa, Monferrato e Roero il lavoro dell’uomo ha modellato le colline creando geometrie perfette per plasmare Nebbiolo e Barbera, a Pico l’agricoltura ha assunto i contorni della pura resistenza contro gli elementi.
I vini dell’isola delle Azzorre non cercano la morbidezza rassicurante o la struttura fine a se stessa: sono vini essenziali, scavati dalla roccia basaltica e schiaffeggiati dal sale atlantico, capaci di trasferire nel calice tutta la vulnerabilità e la forza del loro territorio d’origine. Un gemellaggio culturale, quello promosso dall’Ente Turismo LMR, che ricorda quanto la tutela della biodiversità e del paesaggio viticolo sia, oggi più che mai, l’unico vero presupposto per fare grande il vino nel mondo.

